Cultura in dialogo: a Cervia il patrimonio tra memoria, ambiente e partecipazione
Cultura in dialogo: a Cervia il patrimonio tra memoria, ambiente e partecipazione
Il Centro Visite Saline ospita un confronto sul futuro dei beni culturali e ambientali: dal cambiamento climatico al patrimonio “scomodo”, passando per il ruolo delle comunità
Ci sono sfide che diventano sempre più attuali (soprattutto) alla luce delle grandi ondate di caldo estremo e dei cambiamenti climatici del XXI secolo. Sfide che, tuttavia, possono trasformarsi anche in vere e proprie opportunità per dare vita a qualcosa di nuovo.
Cervia, in questo senso, rappresenta un autentico calderone di esperienze diverse che negli anni ha dimostrato di saper generare idee, storie e laboratori di vita e memoria. È in questo contesto che si inserisce l’incontro “Cultura in dialogo: la valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, svoltosi mercoledì 1° luglio 2026 presso il Centro Visite Saline di Cervia, trasformato per l’occasione (grazie allo storico e ricercatore Luca Bagnolini) in un’aula di dibattito e confronto sul tema della valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale della città.
Ma non solo. Nel corso degli anni è apparso sempre più evidente come il dibattito sul clima sia ormai un discorso trasversale, che coinvolge ogni parte del pianeta. Allo stesso tempo, concetti come patrimonio, memoria e soprattutto partecipazione — termine che ricorre più volte durante gli interventi — devono essere riletti e risignificati secondo dinamiche nuove e ancora in parte inesplorate.
Ecco allora che questa prima condivisione di esperienze, tanto differenti quanto complementari, con interventi provenienti dal mondo accademico, dalle istituzioni e dalle realtà del territorio, vuole proporsi come il punto di partenza di un percorso ben più ampio, destinato a proseguire oltre i confini del singolo convegno.
La Salina come patrimonio culturale, ambientale e comunitario
Ad aprire gli interventi è Giuseppe Pomicetti, presidente del Parco della Salina di Cervia, che sottolinea fin da subito il rapporto strettissimo tra cultura, memoria e tradizione, tre concetti che, nel caso della salina cervese, finiscono spesso per coincidere.
La Salina, infatti, non è soltanto un ecosistema naturale. Anzi, come ricorda Pomicetti, si tratta anche di un ambiente fortemente antropizzato, modellato e gestito dall’uomo nel corso dei secoli. Proprio questa doppia natura la rende un luogo unico: un patrimonio storico legato alla produzione del sale e, allo stesso tempo, simbolo identitario dell’intera città.
Si tratta di un vero e proprio spazio di conoscenza e divulgazione per il suo valore “ambientale, culturale e anche economico”.
Emblematica è la Salina Camillone, che rappresenta ancora oggi la memoria viva della produzione artigianale del sale e costituisce, nelle parole del presidente, un “laboratorio in cui la memoria non dev’essere mai dimenticata”, patrimonio condiviso dell’intera comunità.
In questo processo assumono un ruolo centrale l’educazione, il mondo della scuola, la cittadinanza e il tessuto produttivo locale. Tutti soggetti chiamati a costruire insieme una maggiore consapevolezza del valore del patrimonio, inteso non soltanto come risorsa economica, ma soprattutto come bene collettivo e comunitario.

Il patrimonio “difficile”: come raccontare ciò che divide
Il tema del patrimonio viene ripreso anche da Claudia Castellucci, direttrice di ATRIUM, che concentra il proprio intervento su alcune delle principali testimonianze storiche presenti a Cervia.
Secondo Castellucci, il patrimonio locale può essere ricondotto a tre grandi categorie: le ville liberty e gli hotel storici, i bunker tedeschi e le colonie estive.
È soprattutto quando si affrontano beni culturali complessi, legati al fascismo o alla Seconda guerra mondiale, che emergono interrogativi fondamentali. Prima ancora della valorizzazione, infatti, diventa indispensabile interrogarsi sulla loro interpretazione e sulla narrazione che si sceglie di costruire attorno a questi luoghi.
Entrando nello specifico delle colonie fasciste, Castellucci ricorda come nel patrimonio del regime esista una profonda coerenza tra forma architettonica e funzione, entrambe strettamente connesse all’ideologia politica dell’epoca.
L’architettura stessa partecipa quindi al progetto educativo.
Pur essendo differenti tra loro, le colonie presentano alcuni elementi ricorrenti:
- si impongono nel paesaggio con dimensioni eccezionali rispetto al contesto circostante;
- risultano isolate dal tessuto urbano e abitativo, diventando strutture autonome;
- organizzano gli spazi interni secondo una logica intermedia tra scuola e ospedale, con ambienti progettati per attività collettive come adunate, alzabandiera e momenti rituali.
In questa prospettiva, il concetto stesso di rito diventa uno degli strumenti attraverso cui l’architettura contribuisce a trasmettere valori e comportamenti.
Anche gli spazi interni vengono progettati con finalità educative, mentre esteriormente gli edifici celebrano la modernità e la potenza della tecnica. Castellucci porta alcuni esempi significativi: la Colonia di Varese, progettata con una forma che richiama un idrovolante, oppure le colonie di Cattolica, ispirate all’immaginario navale. In entrambi i casi, l’architettura comunica simbolicamente il dominio della tecnica e dell’uomo sull’ambiente circostante.
Dall’abbandono alla rigenerazione: quale patrimonio conservare?
Molte di queste strutture attraversano, nel secondo dopoguerra, una lunga fase di abbandono.
È il momento in cui la natura torna lentamente a riappropriarsi degli spazi sottratti dall’intervento umano, dando vita a processi spontanei di rinaturalizzazione.
Successivamente arriva una nuova fase: quella della rigenerazione.
Ed è proprio qui che emerge uno dei principali interrogativi dell’intera giornata: che cosa vale davvero la pena conservare? E, parallelamente, che cosa è invece giusto lasciare che torni alla natura?
Il tema non riguarda soltanto il recupero degli edifici, ma più in generale il rapporto tra presenza umana e ambiente.
Occorre definire un nuovo equilibrio tra naturale e artificiale, capace di dare vita a nuovi quartieri, nuove identità e nuove narrazioni senza alimentare un’occupazione antropica continua e indiscriminata del territorio.
Il caso Spinadello: quando la rigenerazione nasce dalla partecipazione
Tra gli esempi illustrati da Claudia Castellucci trova spazio anche quello dell’Acquedotto di Spinadello.
Originariamente si trattava di un edificio semplice, funzionale ai moderni macchinari idraulici dell’epoca. Proprio questa essenzialità architettonica, però, non incontrava il gusto del regime fascista, che successivamente ne modificò l’impatto attraverso la realizzazione di un grande viale monumentale di ispirazione romana.
Dopo anni di abbandono, il complesso è stato oggetto di un importante percorso partecipativo di rigenerazione, che ha coinvolto istituzioni, Regione Emilia-Romagna, cittadini e associazioni nella definizione delle nuove funzioni dello spazio.
Un esempio concreto di come la valorizzazione del patrimonio possa nascere dall’ascolto della comunità.

Predappio e il difficile equilibrio tra memoria e interpretazione
Un altro tema centrale affrontato durante l’incontro riguarda la narrazione del patrimonio.
Tra gli esempi più significativi emerge il caso di Predappio, luogo inevitabilmente delicato dal punto di vista storico e politico.
Qualunque amministrazione si trovi a governarlo si confronta con un patrimonio estremamente sensibile, rispetto al quale ogni scelta assume inevitabilmente anche un significato simbolico.
Nel corso degli anni si è progressivamente costruita l’immagine di una “nuova” Predappio, coerente con la costruzione del mito del Duce. Successivamente si è scelto di affiancare a questa eredità strumenti culturali come mostre e percorsi museali urbani, con l’obiettivo di proporre nuove chiavi di lettura del territorio.
È stato inoltre ricordato come il programma di lavoro guardi anche al 2028, con nuovi percorsi dedicati al secondo dopoguerra e al rapporto tra memoria collettiva e interpretazione storica.
Per Castellucci, infatti, l’interpretazione rappresenta sempre il primo passo della valorizzazione.
Tre i principi fondamentali individuati:
- Riconoscere che si tratta comunque di patrimonio, anche quando è scomodo. Un riconoscimento che deve nascere insieme alla comunità. Persino l’organizzazione di una mostra o di un’attività culturale costituisce già, di per sé, una precisa dichiarazione di intenti.
- Mettere al centro la comunità, raccogliendo non soltanto la grande storia, ma anche le tante storie individuali: quelle delle donne, degli ebrei, delle famiglie e delle persone comuni che hanno vissuto quei luoghi.
- Lavorare con le scuole, affinché la conoscenza del patrimonio diventi occasione di riflessione critica per le nuove generazioni.
Alla base di tutto, conclude Castellucci, è necessario costruire un progetto di studio e ricerca coerente, condiviso e chiaramente definito, capace di accompagnare ogni successivo percorso di valorizzazione.
Fare rete per costruire il futuro del patrimonio
A prendere successivamente la parola è Federica Bosi, assessora alla Cultura del Comune di Cervia, che richiama alcuni esempi significativi del patrimonio cittadino, tra cui anche i cosiddetti “denti di drago”, sottolineando come il vero valore aggiunto del territorio risieda nella comunità e nella rete di collaborazioni costruita negli anni.
L’assessora evidenzia come uno degli obiettivi principali sia quello di accompagnare la comunità locale verso un modo nuovo di guardare al proprio patrimonio. Un percorso avviato soprattutto a partire dal periodo post-pandemico, quando, dal 2020 in poi, è emersa l’esigenza di ripensare profondamente le strategie di valorizzazione.
Cervia, ricorda Bosi, è una città ricchissima di patrimonio storico, architettonico e ambientale: un territorio nel quale storia, cultura e identità risultano profondamente intrecciate.
La vera sfida consiste allora nel “collegare, fare maggiormente rete”, mettendo in dialogo esperienze, istituzioni e soggetti diversi attraverso un coordinamento condiviso.
In quest’ottica assume particolare importanza il Masterplan, pensato come strumento capace di coordinare tutti gli attori coinvolti nella valorizzazione del patrimonio cittadino.
Una sfida complessa, resa ancora più attuale da tempi nuovi, nuovi ruoli e bisogni profondamente cambiati rispetto al passato.
Da qui anche l’auspicio, condiviso dai partecipanti, che questo incontro rappresenti soltanto l’inizio di un percorso destinato a proseguire con ulteriori momenti di confronto, coinvolgendo musei, spazi aperti e realtà sempre più numerose del territorio.

Le colonie come patrimonio di storie e di persone
L’intervento di Simona Melchiorri, responsabile delle Politiche comunitarie e del fundraising del Comune di Cervia, riporta nuovamente al centro il tema delle relazioni.
Il patrimonio culturale, osserva, non è costituito soltanto dagli edifici, ma soprattutto dalle persone e dalle storie che quei luoghi hanno attraversato.
Il caso delle colonie marine rappresenta un esempio emblematico.
Un tempo erano circa quaranta; oggi molte sono scomparse e quelle rimaste costituiscono un patrimonio complesso sia dal punto di vista della conservazione sia da quello della valorizzazione.
La difficoltà non riguarda soltanto le condizioni degli edifici, ma anche la loro proprietà: non tutte le colonie appartengono infatti ai Comuni. La Colonia Varese, ad esempio, è di proprietà della Regione Emilia-Romagna.
Realizzata tra il 1937 e il 1938 su un’area di oltre 60 mila metri quadrati, la colonia raggiunge un volume superiore ai 62 mila metri cubi e rappresenta una delle più imponenti testimonianze architettoniche dell’epoca.
Dimensioni che raccontano chiaramente l’idea di Grandezza e Potere perseguita dal regime fascista.
La sua caratteristica forma richiama quella di un idrovolante e gli spazi interni erano progettati per ospitare oltre mille bambini.
Ma dietro quell’architettura monumentale si nasconde soprattutto una straordinaria stratificazione di storie.
Nel corso del tempo, infatti, la Colonia Varese ha cambiato più volte funzione, adattandosi agli eventi della storia.
Nel 1940 accolse i figli degli italiani rimpatriati da Tripoli a causa della guerra. Successivamente divenne ospedale, quindi prigione tedesca e, con l’arrivo degli Alleati, fu persino utilizzata come aeroporto militare inglese.
Una vicenda che dimostra come gli edifici non siano mai realtà immobili, ma luoghi che mutano insieme ai cambiamenti economici, sociali e storici delle comunità.
Quando la natura si riprende i suoi spazi
Tra i documenti conservati negli archivi emergono anche testimonianze dei danni subiti dalla pineta durante la Prima e la Seconda guerra mondiale.
Ancora una volta il tema ambientale torna a intrecciarsi con quello storico.
La natura, infatti, tende progressivamente a riconquistare gli spazi che l’uomo aveva modificato.
Ed è proprio questa continua relazione tra ambiente e presenza umana a caratterizzare profondamente Cervia, città che ha sempre costruito la propria identità sul rapporto con il territorio.
Oggi la Colonia Varese viene descritta come “una scultura che si è rifatta da sola”, dove il tempo e la vegetazione hanno trasformato l’abbandono in una nuova forma di paesaggio.
L’edificio, di proprietà della Regione Emilia-Romagna, si trova inoltre all’interno di un’area nella quale convivono tre distinti habitat naturali protetti, elemento che rende ancora più delicato qualsiasi intervento di recupero e richiede il coinvolgimento di numerosi enti autorizzativi.
Proprio per questo la Regione Emilia-Romagna concederà l’area al Comune di Cervia, accompagnando il percorso con un finanziamento di circa 2,5 milioni di euro, destinato alla messa in sicurezza del complesso e alla restituzione degli spazi verdi alla cittadinanza e al turismo.
Tecnologia, ricerca e nuove forme di narrazione
Tra gli esempi di valorizzazione illustrati durante l’incontro trovano spazio anche alcuni progetti europei già avviati sul territorio.
Tra questi MemoriApp, sviluppato insieme alla rete ATRIUM, e FORTIC, progetto realizzato in collaborazione con la Croazia.
Entrambi condividono un obiettivo comune: coniugare il rigore della ricerca scientifica con la divulgazione, raccontando il patrimonio attraverso esperienze capaci di coinvolgere direttamente cittadini e visitatori.
Perché oggi valorizzare significa sempre più raccontare storie attraverso l’esperienza, trasformando i luoghi in occasioni di conoscenza partecipata.
Il Museo del Governo delle Acque: quando un edificio cambia funzione senza perdere la memoria
Tra i progetti più significativi ricordati da Simona Melchiorri figura anche quello del futuro Museo del Governo delle Acque.
L’intervento interessa un edificio storico recuperato grazie ai fondi del PNC, il piano nazionale complementare al PNRR.
La struttura, nata originariamente come edificio di sorveglianza e successivamente trasformata in impianto idrovoro per la gestione delle acque della salina — fondamentale per allontanare le acque piovane durante l’inverno e consentire il deposito del sale — era ormai dismessa da diversi anni.
Oggi quel luogo si prepara a vivere una nuova trasformazione.
Da edificio tecnico destinato al lavoro diventerà uno spazio dedicato al racconto della storia del territorio e del suo delicato equilibrio idraulico.
Il collaudo dell’intervento è previsto per settembre 2026, segnando un nuovo tassello nel percorso di valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale cervese.

Public History: quando il patrimonio nasce dalla relazione con la comunità
A chiudere il ciclo degli interventi accademici è Raffaella Biscioni, dell’Università di Bologna, che propone una riflessione sul ruolo della Public History nella costruzione del patrimonio culturale contemporaneo.
Il punto di partenza è l’evoluzione stessa del concetto di patrimonio.
Se in passato esso veniva identificato prevalentemente con l’oggetto materiale — un edificio, un monumento, un reperto — oggi il suo significato si è progressivamente ampliato fino a comprendere anche pratiche, processi culturali e relazioni sociali, strettamente connessi ai valori, all’identità e alla memoria delle comunità.
Da qui nasce una domanda fondamentale: come viene oggi condiviso e interpretato il passato?
Per Biscioni diventa indispensabile costruire narrazioni capaci di rendere il patrimonio maggiormente comprensibile e accessibile, affiancando la ricerca storica a un percorso condiviso con la cittadinanza.
È proprio questo il compito della Public History: riflettere insieme alla comunità su ciò che oggi debba essere considerato patrimonio.
A partire dai primi anni Duemila, osserva la docente, il dibattito si è spostato sempre più frequentemente verso il concetto di patrimonio immateriale, riconoscendo valore anche a tradizioni, pratiche, memorie e relazioni.
Richiamando il pensiero della studiosa Aleida Assmann, Biscioni ricorda come la memoria sia sempre una costruzione condivisa e spesso complessa. Anche il trauma, paradossalmente, può diventare uno degli elementi attraverso cui una comunità costruisce la propria identità.
Non sorprende quindi che il tema della comunità, emerso trasversalmente in quasi tutti gli interventi della giornata, torni anche nella riflessione sulla Public History.
Il patrimonio, infatti, smette di essere soltanto un oggetto da conservare e diventa sempre più una relazione.
Da questo cambiamento deriva anche un diverso modo di intendere il lavoro delle istituzioni culturali.
Nel modello tradizionale il percorso era lineare: ricerca, esperti, comunicazione e infine pubblico.
Oggi prende invece forma un paradigma differente, fondato su partecipazione, co-progettazione, comunità e “shared authority”, cioè una responsabilità condivisa nella costruzione della conoscenza.
Non più “per il pubblico”, ma “con il pubblico”.
Anche musei e istituzioni culturali sono così chiamati a ripensare il proprio ruolo, trasformandosi da semplici luoghi di trasmissione della conoscenza in spazi di confronto, partecipazione e dialogo.
Una prospettiva che implica anche l’apertura verso nuove fonti, nuove pratiche e narrazioni capaci di affiancare quelle più tradizionali.
Resta però aperta una sfida importante: riuscire a coniugare partecipazione, trasparenza, qualità scientifica e sostenibilità, mantenendo sempre alto il rigore della ricerca.

Dal patrimonio all’esperienza: quando la valorizzazione incontra le persone
L’ultimo intervento è affidato a Francesca Fabbrica, Area Manager di Atlantide, che concentra la propria riflessione sul significato stesso della parola valorizzazione.
Valorizzare, osserva, significa prima di tutto costruire un senso attorno al patrimonio, rendendolo “accessibile, desiderabile e riconoscibile”.
Un patrimonio che non rimane immobile, ma entra in relazione con le persone.
L’espressione “entrare in relazione” diventa infatti uno dei concetti chiave del suo intervento.
Il patrimonio non è soltanto qualcosa da conservare, ma un’esperienza da vivere, capace di generare appartenenza e identità.
La vera sfida consiste allora nel trovare un equilibrio tra tutela e fruizione.
Per farlo è necessario progettare servizi e attività rispettosi dei luoghi, ma allo stesso tempo capaci di parlare a pubblici diversi, utilizzando linguaggi differenti a seconda delle persone coinvolte.
Anche in questo caso ritorna un tema già emerso più volte nel corso della mattinata: la valorizzazione non può essere imposta dall’alto, ma deve necessariamente passare attraverso la partecipazione della comunità.
L’esempio della Salina di Cervia racconta bene questa duplice dimensione.
Da una parte rappresenta una meta turistica di grande richiamo, dall’altra continua a costituire un elemento fondamentale dell’identità della città.
Accanto agli aspetti culturali emerge però anche il tema della sostenibilità gestionale, sia dal punto di vista organizzativo sia da quello economico.
Valorizzare un patrimonio significa infatti disporre delle competenze e delle risorse necessarie per gestire nel tempo attività continuative, evitando che tutto si esaurisca in singoli eventi o iniziative occasionali.
Occorre innovare senza snaturare.
Per questo motivo diventa sempre più importante sperimentare nuovi strumenti di narrazione: escape room, giochi di ruolo, attività di gamification e altre esperienze immersive possono rappresentare modalità efficaci per trasmettere contenuti culturali a pubblici differenti.
L’obiettivo, conclude Fabbrica, è riuscire a portare sempre con sé l’identità del luogo, utilizzando però un linguaggio contemporaneo e adatto ai diversi destinatari.
Perché il patrimonio deve poter diventare un’esperienza realmente fruibile, senza mai perdere autenticità e veridicità.

Più che conservare, costruire: il patrimonio come responsabilità condivisa
Forse l’aspetto più interessante dell’incontro è che, alla fine, si è parlato molto meno di Saline di quanto ci si potesse aspettare. O, meglio, si è parlato delle Saline come esempio concreto di qualcosa di molto più ampio.
Il filo conduttore della giornata non è stato infatti un singolo luogo, ma il metodo con cui oggi scegliamo di guardare al patrimonio culturale e ambientale. Un metodo che, intervento dopo intervento, ha fatto emergere alcune parole ricorrenti: consapevolezza, partecipazione, comunità, relazione, narrazione.
È proprio attorno a questi concetti che sembra giocarsi la sfida dei prossimi anni.
Conservare, da solo, non basta più. Così come non basta valorizzare un bene limitandosi a restaurarlo o ad aprirlo al pubblico. Occorre costruire significati condivisi, creare occasioni di incontro, coinvolgere cittadini, scuole, associazioni, istituzioni, ricercatori e imprese in un percorso comune. In altre parole, fare in modo che il patrimonio torni a essere vissuto prima ancora che osservato.
Naturalmente non mancano le difficoltà. Esistono patrimoni complessi, memorie scomode, vincoli ambientali, problemi gestionali ed economici. Ma proprio da questa complessità sembra nascere anche la possibilità di sperimentare linguaggi nuovi e nuove forme di collaborazione.
Da questo punto di vista, il confronto promosso a Cervia lascia un’impressione positiva: quella di una realtà nella quale mondi diversi — università, amministrazione pubblica, professionisti e operatori del territorio — sembrano condividere una visione comune, pur partendo da esperienze differenti.
La speranza è che questa giornata non rimanga un episodio isolato, ma rappresenti davvero l’inizio di un percorso fatto di ulteriori occasioni di confronto, ricerca e progettazione condivisa. Perché il patrimonio, come è emerso più volte durante gli interventi, non è qualcosa che semplicemente ereditiamo dal passato: è qualcosa che scegliamo, ogni giorno, di costruire insieme.

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