Il politicamente (s)corretto ha rovinato cinema e TV? Una provocazione sull’arte, Hollywood e la crisi della creatività

Il politicamente (s)corretto ha rovinato cinema e TV? Una provocazione sull’arte, Hollywood e la crisi della creatività

di 1 Maggio 2026

Spoiler alert: questo è un articolo provocatorio. Volutamente provocatorio.

Non per offendere, non per fare sterile polemica da social, non per strizzare l’occhio al primo urlatore di turno che vive di slogan, ma per provare a ragionare (con falsa modestia, irriverenza, arguzia e un pizzico di sana cattiveria intellettuale) su un tema che riguarda tutti: che fine ha fatto il coraggio dell’arte?

Viviamo in un’epoca in cui il confine tra sensibilità e marketing, tra inclusione vera e operazione commerciale, tra rappresentazione e paraculaggine narrativa, sembra sempre più sottile.

E allora vale la pena porsi qualche domanda scomoda.


Premessa necessaria

Premetto che non sono (o mi piace pensare di NON esserlo) un salviniano semi-analfabeta contro pansessuali, gender fluid e tutta quella roba new age che tanto piace attaccare a “sora Giorgia” and co. (anche se qualche semi-analfabeta sicuramente lo penserà “leggendo” il testo, senza capirlo).

Chi mi conosce lo sa e conosce anche il mio modo di esprimermi: talvolta irriverente, talvolta volutamente provocatorio, talvolta politicamente (s)corretto. Talvolta semplicemente ignorante, come piace a me, del resto.

Sono dell’idea che ognuno debba fare e pensare ciò che vuole, essere ciò che vuole, senza doversi curare dell’invidia o, peggio, dell’inutile (pre)giudizio altrui.


Il pericolo del perbenismo esasperato

Sono però anche un appassionato di arte, dalla poesia al disegno, passando ovviamente per musica e cinema.

Ed è proprio nel mondo segnato dall’era di Hollywood (Bollywood e i film di Mumbai, invece, possono fare ciò che vogliono, peggio è e meglio è in questo caso) che più vedo i pericoli del perbenismo esasperato, con l’esagerazione che diventa peggior nemica di se stessa nell’improbabile tentativo di creare qualcosa che possa piacere a tutti.

Perché nel farlo non piace a nessuno e crea, anzi, polemica.

Qualcuno dirà che è tutto marketing. Ma il famoso “purché se ne parli” funziona appunto col Salvini di turno, non con lo spettatore anche minimamente consapevole. E ho detto minimamente, si badi bene.


Il grande cinema non aveva bisogno di forzature

Io piango il saluto al grande cinema del secolo scorso e non lo dico da nostalgico (appunto), manco c’ero, ma da persona che ripudia il politicamente corretto un po’ per modus operandi e un po’ perché davvero rischia di essere arma a doppio taglio per chi spera, per un motivo o per l’altro, di cogliere il favore del pubblico e della critica.

Ormai pare si debba mettere ogni orientamento politico, genere, etnia e sessualità in ogni film, ma spesso è solo strategia di marketing, come la squadra di Serie A che compra il thailandese o l’uzbeko di turno (sempre sia lodato Eldor Shomurodov) soltanto per vendere in qualche Paese specifico.

Ma la gente lo sa. Lo fiuta. Se ne accorge subito. E storce pure il naso quando vai a toccare personaggi che ormai avevano assunto un determinato aspetto nell’immaginario collettivo.


Inclusione vera e remake posticci

Non parlo ovviamente dei film pensati da zero per sensibilizzare su specifici temi (ci mancherebbe, anzi: amo profondamente il genere e negli anni abbiamo potuto vedere bellissimi capolavori come Forrest Gump, La ricerca della felicità, Il diritto di contare, Il ragazzo dai pantaloni rosa, C’è ancora domani e tantissimi altri).

No. Io parlo di quella sfilza infinita di remake posticci e un po’ triti, che non peccano solo nella trama ma persino nella scelta degli attori. Tanto nel cinema quanto in TV (si pensi al Piton del nuovo Harry Potter).

Ma se la Marvel può giustificare molto più facilmente una variante di Spider-Man (tra l’altro già canonica: il fumetto è pieno di versioni, e Miles Morales, gran bel lavoro), ecco che viene un po’ più difficile riuscire a vendere come nuovo una revisione di classici come Biancaneve o La Sirenetta.


Jurassic Park e il fascino dello stereotipo fatto bene

Anche Jurassic Park seguiva lo schema classico in ogni film: isola, casino umano, dinosauro, morti, fine. Un afroamericano, un ciccione informatico, qualche protagonista bianco, un mezzo italiano avvocato vestito malissimo, due bambini, una donna(che regge da sola mezzo film).

E nonostante questo (e vari errori in regia), parliamo ancora oggi di un classico intramontabile del cinema. Un film di due ore dove i dinosauri si vedono al massimo per una ventina di minuti, ma comunque un film che ha segnato la storia del cinema stesso.

E adesso? Cos’è rimasto oggi di quell’eredità di Spielberg? Ora persino i raptor ne escono addomesticati. Cioè, le creature che più dipingevano la saga di tinte horror nei primi tre capitoli adesso diventano animali da compagnia grazie a Jurassic World. Se volevo vedere un bel film incentrato sul rapporto uomo-bestia, mi guardavo Balto. Oppure Lilo & Stitch (che ha fatto un bel live action appena un annetto fa).


La morte della creatività?

Aggiornarsi va bene. A un certo punto serve per sopravvivere. Ma a volte sarebbe meglio lasciare sepolti vecchi progetti, per evitare di ucciderli due volte. Lo sentiamo dire, per certi versi, anche a Chris Pratt nei panni di Owen Grady (autore, appunto, della morte del raptor canonico che tanto amavo), quando gli viene detto che “il progresso vince sempre” e lo sentiamo rispondere: “forse dovrebbe perdere, per una volta”.

Siamo davvero arrivati all’epoca che rappresenta la fine della creatività umana? Un periodo talmente vuoto che siamo costretti a riesumare i soliti volti per stare a galla (RDJ in Doctor Doom)? Nemmeno l’AI può salvarti ormai.


Gli stereotipi, se scritti bene, funzionano ancora

Io plaudo a Una poltrona per due, Mars Attack!, ma anche ai film un po’ già scritti, quelli in cui ti immagini il finale e lo indovini in famiglia, che sapevano di stereotipo, sì, ma anche di casa.

Perché anche lo stereotipo è strumento di conoscenza e risata, se usato sapientemente. Chiedere ai Simpson. Almeno ai Simpson canonici, dato che anche loro rischiano ogni volta di precipitare nel perbenismo di chi deve eliminare i vizi di Homer, polemizzare sul leggendario Apu, o stravolgere la vita di qualche altro personaggio.


Quando i temi diventano arte (e quando no)

Perché voler inserire temi e idee ad ogni costo non paga. Guardate com’è finita con The Marvels.

Mentre affrontare certi temi con sincerità e necessità narrativa dà vita a capolavori pazzeschi, da Philadelphia a La vita è bella, passando per tante opere che non usano il messaggio come slogan, ma come cuore pulsante della storia.

Tornando all’esempio in casa Marvel, viene davvero da chiedersi come abbia fatto un film incentrato su uno dei personaggi più forti dell’universo a fumetti, ricco di ottime attrici (e attori) e con un grande potenziale artistico a trasformarsi in un flop clamoroso. Tralasciando chi critica il film per criticare il concetto di femminismo in senso ampio, credo che l’errore più grande sia stato proprio quello di utilizzare questo tema come slogan, piuttosto che come implicito centro narrativo della storia.

Va bene immaginarci tutti come analfabeti, ma un minimo di “non detto” lo si potrebbe anche lasciare, eh, altrimenti del film resta soltanto un’accozzaglia di elementi buttati lì un po’ a caso. Questo è anche il motivo per cui, invece, Thunderbolts* ha  un sapore completamente diverso, racconti la storia in modo completamente diverso, sia di per sè un film completamente diverso. Non è perfetto, non è nemmeno fedelissimo al fumetto, ma i momenti di leggerezza si connettono benissimo con quelli più intensi ed emotivi. Senza forzature. Esattamente quello che manca a molti film contemporanei. Saranno i tempi che cambiano?


Sarà il tempo a giudicare tutti

Quale sia la verità (presunta), credo che inseguire la grandezza (o peggio, la presunzione della grandezza) non serva a nulla.

Perché alla fine, comunque, sarà il tempo a decidere chi verrà ricordato e chi finirà nell’oblio. Come sempre. Come accade nell’arte. Come accade nella vita.

Perché il pubblico si può convincere per un weekend, forse per una stagione, ma non si inganna per sempre. La moda passa, la polemica svanisce, il clamore si spegne. L’arte vera resta. O dovrebbe restare.

Resta quando smettono di parlarne i giornali, resta quando finisce l’hype, resta quando una scena, una battuta o una colonna sonora continuano a vivere dentro di noi senza bisogno di essere spiegate. Come avviene per la musica di maestri come Hans Zimmer.

E allora sì, sarà sempre il tempo il giudice supremo: l’unico capace di separare ciò che era davvero cinema… Da ciò che era soltanto rumore.

Lunga vita ai sognatori.


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About the Author: Alessandro Tassinari

Alessandro nasce a Forlì il 21 settembre del 1998. Ha partecipato a diversi Concorsi Letterari ottenendo più di cento premi e riconoscimenti (tra primi posti e menzioni di merito); suoi componimenti sono presenti in diverse antologie e siti d’impronta culturale. Nel 2015 un suo testo viene premiato con una borsa di studio dal Comune di Forlì, in occasione dell’anniversario della Liberazione. Nello stesso anno partecipa a una mostra forlivese dedicata alla creatività adolescenziale. Partecipa come comparsa alla docu-fiction “Morgagni oggi; sua maestà anatomica” (di Cristiano Barbarossa). Realizza le illustrazioni per il fantasy “L’ombra di Lyamnay” (Annarita Faggioni), per poi firmare le introduzioni alla raccolta poetica “Respiro di vita” (Melissa Storchi) e a “Dieci Dodici” (Umberto Pasqui). Nel 2016 riceve il premio “Naim Araidi” per la poesia giovane. L’anno seguente partecipa come giurato al concorso “Aspettando il Natale”. Vince una borsa di studio per merito presso l'Università di Bologna e un’altra istituita dal Comune di Cervia in memoria di Gino Pilandri, storico sindaco della città romagnola. Presso l’Università di Bologna consegue in tutto tre lauree: in Lettere, Italianistica e Geografia. Dal 2024 partecipa alla rassegna “Radici e Futuro” organizzata dalla Biblioteca Maria Goia di Cervia. Nel 2025 vince nuovamente la borsa di studio “Gino Pilandri” e pubblica il suo primo libro, il fumetto “Super Babbo – A Tom Tacchino Story”. Nel 2026 avvia ufficialmente la saga a fumetti di Tom Tacchino ed esce in libreria con la raccolta di poesie "Il rumore del sale - Nel punto in cui l'onda si ferma" (edito da RP Libri).

One Comment

  1. Lo zio Capra (aka Marco) 4 Maggio 2026 at 10:27 - Reply

    Doverosa premessa: l’argomento è delicato e le parole non sempre vengono prese per il verso giusto. Quindi tengo a specificare che anch’io, come il nostro caro Autore, non ho pregiudizi su razza, sesso, religione e scelte politiche delle altre persone e ritengo che ognuno sia libero di pensare ed agire come meglio crede (almeno finché non cerca di impormi il suo “credo”, in quel caso è una persona che può anche andare a fare… altro nella sua vita, lontano da me).
    Detto questo, credo che ogni forma “d’arte” finalizzata principalmente ad un rientro economico non possa esimersi dal cercare di compiacere ed assecondare i gusti del pubblico che vorrebbe “accalappiare”. Purtroppo pare che oggi si cerchi proprio di compiacere i gusti di tutti finendo, ovviamente, per scontentare molti. Si badi bene che ho specificato “ogni forma d’arte finalizzata principalmente ad un rientro economico”; è vero, la famiglia non si sfama con la sempiterna gloria, ma credo che un artista debba potersi esprimere, quale che sia la sua forma d’arte, senza pensare a quale sarà il “target” di pubblico da compiacere. Da semplice appassionato di fotografia (e si badi bene che comunque non mi definirei un’artista, nonostante i fotografi lo siano) so che se dovessi scattare foto per vivere… beh, morirei di fame… perché per me la foto bella (“l’opera d’arte”) è una foto che, quando la riguardo, mi provoca emozioni, ricordi, attività cerebrale complessa insomma e, onestamente, poco importa se provoca le stesse cose a una o a cento milioni di altre persone. Certo, sarei felice di sapere che dieci persone hanno visto la mia foto e l’hanno trovata “bella”, ma anche no, vivo lo stesso senza l’approvazione degli altri. L’arte dovrebbe essere così. Perché sappiamo tutti che la bellezza è una questione puramente soggettiva. Ma chiudiamo la parentesi personale e parliamo della realtà. Hollywood nasce come “macchina da soldi”, è quindi inevitabile che i prodotti cerchino di attrarre il maggior numero di persone possibile. Oggi questa tendenza è “un po’” estremizzata a mio avviso, sia per quando riguarda l’inclusività (ah, l’inclusività, che bella parola, riempie le bocche di tutti pur essendo, alla fine e troppo spesso, vuota di significato concreto), sia per quanto riguarda la fioritura di media franchise che nascono per sfruttare mode, tendenze e il fanatismo di certe fasce di pubblico. E la cosa mi preoccupa assai… giorni fa guardavo un film (non dirò bello o brutto, a me è piaciuto, ma – spoiler – se siete seguaci di una certa parte politica probabilmente non vi piacerà), “Free state of Jones”, e, alla fine, mi sono fatto una domanda: “quando sarà che passeranno questo film sotto revisione e ai maledetti bianchi schiavisti che inseguono un nero per linciarlo faranno dire ‘ehi uomo di colore non gradito, fermati, di cosa hai paura?’ in sostituzione di ‘ehi negro fermati, di cosa hai paura?'”.
    Caro lettore (o lettrice, non vorrei mai che la parte femminile di pubblico arrivata fino a questo punto si sentisse esclusa, INCLUSIVITÀ sempre e comunque è il mio mantra), se hai letto tutto complimenti. Non pensavo di scrivere tutti questi pensieri sconnessi, avrei voluto solo commentare “Hai ragione” ma poi mi sono fatto prendere la mano. E se dopo tutta questa pappardella non ti trovi d’accordo con le mie opinioni, beh… a me non me ne frega proprio niente (di qualunque genere, razza, credo religioso e politico tu sia)!
    PS: e comunque, nella favola dei Grimm, la Regina voleva una figlia “con la pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano”, ma questa è un’altra storia…

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