Dalle parole ai fatti: il calcio secondo Gattuso (e non secondo Bastoni)
Dalle parole ai fatti: il calcio secondo Gattuso (e non secondo Bastoni)
Calciatori, sacrifici e realtà: quando parlare è (quasi) un cartellino rosso
“È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo.”
Vanno ancora di moda questi modi di dire che hanno segnato la storia dell’internet meme? Che lo siano o meno, i dibattiti su cosa sia effettivamente questo “sporco lavoro” si riaccendono periodicamente. Soprattutto nel calcio.
Le parole di Bastoni e la tempesta social
A riaprire il dibattito ci ha pensato Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter, che ospite da Cattelan ha espresso la propria opinione su sacrifici, percezione pubblica e valore del tempo:
“Per la gente i sacrifici li fanno solo gli operai o i muratori. Il discorso si riduce sempre a ‘eh ma guadagni milioni’, ma non lo ritengo giusto: il tempo speso è impagabile.”
Il web si è infiammato in pochi minuti, tra paragoni improbabili (“in MotoGP rischiano la vita, questi sono dei buffoni”) e indignazione generale. Qualcuno ha fatto notare con ironia che i calciatori, nelle interviste, parlano sempre di “giocare” e mai di “lavorare”.

Il confronto va fatto nel calcio, non fuori
Ma prima ancora di confrontare la vita di un calciatore con quella di un operaio, di un insegnante o di un infermiere, sarebbe più onesto rimanere all’interno del mondo sportivo. Anche lì, le prospettive sono molto diverse.
L’esempio di Gattuso, uomo vero oltre il campo
Uno su tutti: Gennaro Gattuso, spesso sottovalutato come uomo di sport, ma tra i più coerenti e autentici del panorama recente. Dopo una finale di Coppa Italia vinta, disse ai microfoni Rai:
“Io penso che noi, chi fa ‘sto lavoro qua, deve avere rispetto per questo lavoro, perché siamo fortunati. Ed è per questo che io tante volte mi arrabbio, perché voglio vedere gente che ci mette passione. Io l’ho fatto così per tantissimi anni e non ho nessun rancore, nessun rimorso. Ho fatto più di quello che potevo fare. E dai miei giocatori voglio questo.”
Gattuso non si è fermato alle parole. Ai tempi del Napoli, rinunciò al 20% dello stipendio per aiutare staff e magazzinieri in cassa integrazione. Al Milan, lasciò un contratto generoso quando capì che la sua avventura era finita. E all’Ofi Creta, pagò di tasca propria gli stipendi arretrati dei suoi giocatori.

Virtù e caos negli spogliatoi moderni
Oggi, in molte squadre, si parla invece di fratture interne e ricerca dei colpevoli. Emblematico quanto riportato da L’Équipe su De Zerbi, che avrebbe detto ai suoi giocatori:
“Volete farmi fallire? Allora falliremo tutti insieme.”
Nel frattempo, il DS del Marsiglia, Mehdi Benatia, ha dichiarato che la sconfitta polemica sarebbe stata evitabile anche senza allenatore in panchina, vista la qualità della rosa. Non esattamente un endorsement al collettivo.

Ricchezza, fama e consapevolezza
Insomma, è sicuramente vero che anche l’uomo più ricco o più fortunato (o entrambi) ha dovuto sudare per arrivare fino a lì.
Sarebbe un atteggiamento populista negarlo e fingere che, con la fama, esistano solo aspetti positivi (d’altronde, i soldi aiutano certamente, ma non fanno da soli la felicità).
Però bisogna riflettere prima di parlare, soprattutto quando si è molto più economicamente stabili di (tanti) altri, perché in un mondo di povertà, guerre e mancata inclusione sociale, negare differenze così evidenti dimostra scarsa maturità e, probabilmente, mancanza di empatia e consapevolezza.
Lo diciamo pensando alle tante persone che faticano ad arrivare a fine mese, a chi non ha nemmeno un “fine mese” a cui arrivare. Ma non solo.
Quando il personaggio lascia spazio all’uomo
Lo diciamo soprattutto pensando a quegli esempi virtuosi, come Gattuso, che dall’alto del suo ruolo di personalità sportiva mondiale sa ancora insegnarci dove finisca il personaggio, l’atleta, il professionista e dove, invece, sopravviva (e agisca) l’uomo.
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About the Author: Alessandro Tassinari
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