Sanremo 2026, il meglio e il peggio del Festival: le pagelle ignoranti tra gag, drama e momenti cult

Sanremo 2026, il meglio e il peggio del Festival: le pagelle ignoranti tra gag, drama e momenti cult

di 1 Marzo 2026

Sanremo Best Of: I migliori momenti di Sanremo 2026

Ogni anno promettiamo di non guardarlo. Ogni anno diciamo “basta, quest’anno passo”. E invece eccoci lì, sul divano, a commentare outfit improbabili, acuti urlati alle 00:47 e monologhi più lunghi della maturità. Perché il Festival di Sanremo non è solo musica: è sport nazionale, rito collettivo e fiera dell’assurdo in prima serata su Rai 1.

Queste non sono pagelle serie. Sono pagelle da bar, da gruppo WhatsApp, da “ma questo chi l’ha vestito?”. Se cercavi analisi musicali profonde, sei nel posto sbagliato. Se invece vuoi giudizi spietati, entusiasmo gratuito e zero diplomazia… benvenuto. Qui si applaude, si critica, si esagera. Come Sanremo comanda.


Prima Serata

I paperi creati con l’intelligenza artificiale, voto 2
Ci sono tante possibili applicazioni dell’AI, che spaziano dal campo medico a quello aerospaziale, passando per imprese, banche, sport e non solo. TIM, assieme alla RAI, ha optato per un uso alternativo. Come si fa a non amarli, ci chiedete? Semplice, basta guardarli. Li hanno tanto criticati, ma alla fine erano assai meglio i palloncini dalle sembianze falliche del poro Amadeus.


Renga, voto 3
Non è colpa sua, sia chiaro. Però statisticamente chi lo prende al Fanta poi inizia a perdere posizioni come se avesse acceso una candela nera dietro la classifica.
Renga è tipo il gatto nero del Fantasanremo: passa lui e zac, punti che evaporano, bonus che spariscono, capitani che si deprimono.
Artista serio, carriera enorme, ma nel fantasy musicale porta più sfiga di un portachiavi rotto.
Si scherza eh… però intanto la gente lo evita come il parcheggio a pagamento.


La “Repupplica” (cit), voto 7
Sette come le persone che avrebbero dovuto controllare il monitor per realizzare una grafica decente. Ne avranno chiamate soltanto sei e questo è il risultato. Scherzi a parte, meglio così: un po’ di notizia la si deve pur fare in qualche modo.


Il confronto fra i Sandokan e il conte Conti, voto 9
Sanremo improvvisamente diventa cinepanettone storico: da una parte Sandokan, dall’altra il Conte Conti, mancava solo una tigre in platea e una carrozza parcheggiata in doppia fila fuori dall’Ariston.
Momento surreale ma riuscitissimo, perché quando il Festival smette di prendersi sul serio e diventa teatro puro funziona sempre.
Duello nobiliare, trash quanto basta, iconico quanto serve. Più che un confronto, una scena tagliata da una fiction Rai di lusso. E noi muti, felici, confusi.

Seconda Serata

Max Pezzali, voto 8
Ancora lui, ancora qua. Meriterebbe un 10 solo per l’atmosfera western d’annata, anche senza cantare “I cowboy non mollano”. Siamo nel multiverso degli 883. Però, cavolo Max, quella canzone era proprio a tema e tu non me la canti? Che combini, Max?

E invece no, lui entra, crea nostalgia istantanea, ti fa tornare alle cassette consumate in macchina e poi se ne va come se nulla fosse.
Max non si esibisce: Max appare. È tipo un NPC emotivo che sblocca i ricordi degli anni ’90 appena lo incontri.
E noi lì, felici, a farci manipolare dalla nostalgia.


Lillo, voto 9
Lillo è sempre Lillo. E la sua genialità sta proprio lì: nella semplicità con cui riesce a farti ridere senza sforzo. Non alza mai la voce, non forza la gag, non fa il fenomeno.
Arriva, dice due cose, e tu ridi.
Come quello in compagnia che non parla mai, poi apre bocca e chiude la serata.
Lillo non cerca la scena: la scena trova lui.


Matteo Salvini, voto 3
Matteo Salvini si congratula con Ermal Meta non per la canzone, ma per “l’uso perfetto dell’italiano”. Che è un po’ come premiare un pilota perché sa accendere la macchina. Il Festival va avanti, lui pure.

È quella sensazione da zio al pranzo di Natale che commenta la partita senza averla vista. Non sai se ridere, cambiare discorso o controllare se hai ancora il telecomando in mano. Sanremo prova a essere pop, lui prova a essere ovunque e dire la sua sua chiunque. Non sempre funziona.


Patty Pravo, voto 7 di solidarietà
Patty Pravo cade davanti ai giornalisti perché non becca la sedia. Poveretta, ma sta bene. E in fondo Sanremo senza una scena surreale non sarebbe Sanremo. Anzi, diciamolo: è quasi una tradizione non scritta.
C’è sempre un momento in cui la realtà supera lo spettacolo. E Patty, con quell’eleganza un po’ aliena, riesce pure a cadere con stile. Altri cadono (nel banale), lei scivola nel mito.


Carlo Conti, voto 1
Carlo Conti alla domanda sul referendum risponde come sempre in modalità paraculo istituzionale. Il Festival è spettacolo, ma la diplomazia resta il suo vero talento. Conti non schiva le domande: le assorbe.
Le trasforma in aria tiepida, neutra, innocua. Se esistesse il kung fu della moderazione, sarebbe cintura nera.
Più che presentare Sanremo, lui lo gestisce come un ufficio comunale: nessuno si arrabbia, nessuno capisce davvero cosa sia successo.


Adriano Celentano, voto 9
Anche a distanza, Adriano Celentano vota Ermal (o almeno lo sostiene apertamente) e basta questo per rendere la serata più epica. Quando parla il Molleggiato, il Festival ascolta. Celentano non ha bisogno di esserci fisicamente.
È tipo una presenza spirituale pop. Un audio vocale suo vale più di tre ospitate internazionali.
Quando interviene lui, per un attimo Sanremo smette di essere televisione e torna a essere storia.

Terza Serata

Ubaldo Pantani nei panni di Lapo Elkann, voto 10
Sempre stellare.
Ti invitano a Sanremo e tu passi la serata intera nei panni di Lapo.
Genio puro. Ora attendiamo le querele come si attende il televoto.
E la cosa più bella è che non è nemmeno una caricatura urlata: è chirurgia comica. Pantani entra, si siede e in due battute ti fa dimenticare l’originale. A quel punto non stai più guardando un’imitazione, stai guardando Lapo in una versione più lucida di Lapo. Operazione delicatissima riuscita senza sforzo apparente. Standing ovation mentale e telefono già pronto per eventuali avvocati.


Carlo Conti che zittisce Mogol, voto 8 per il tempismo (ma pure zero per il resto)
Tempismo perfetto.
Come stoppare l’orchestra prima che parta il ritornello sbagliato. Ma pure quello giusto.
Conti in quel momento sembrava un arbitro di Champions: mano alzata, fischio invisibile e partita che riparte. Nessun dramma, nessuna scenata, solo il controllo totale della situazione. È il classico gesto da direttore di classe che sa che se non interviene subito poi perde il controllo della gita. Televisivamente pulito, umanamente spietato il giusto. E Mogol lì, fermato come un solista che stava per partire in un assolo infinito.


Virginia Raffaele e Fabio De Luigi, voto 7
Singolarmente sempre fortissimi.
Insieme, però, sketch un po’ scarico.
Come un duetto tra due fuoriclasse con una canzone mediocre.
È il paradosso del talento: quando hai due campioni ti aspetti il miracolo, e invece arriva la normalità. Non brutto, non imbarazzante, ma nemmeno quel momento che racconti il giorno dopo. Sembrava una prova generale venuta bene ma senza il brivido della prima. Restano due mostri sacri della comicità televisiva, ma qui è mancata la scintilla che accende il pezzo e lo fa diventare citazione.


The Kolors e Fru che appare dal nulla, voto 10
Spiegazione inutile.
È stato come un featuring sorpresa in un album: non richiesto, ma memorabile.
Fru spunta e l’Ariston (pardòn, la Suzuku Arena) diventa improvvisamente internet, meme, backstage e caos organizzato. Quel tipo di comparsata che dura pochi secondi ma ti resta più di tre esibizioni complete. I The Kolors ormai hanno capito che Sanremo è anche spettacolo laterale, e questo colpo è stato perfetto: nonsense quanto basta, timing perfetto, zero spiegazioni. Il Festival vive di questi momenti assurdi che funzionano proprio perché non hanno senso.


Conti che parla dei Mondiali, voto 6
Annuncia le gare dell’Italia come esclusiva Rai… peccato che non siamo ancora qualificati. Cioè, ma dai, davvero? Non ci bastava essere eliminati per due volte di fila ai Play-Off?
Momento un po’ ottimista, diciamo così. Sembrava il classico parente che prenota il ristorante per Natale a settembre convinto che “tanto poi vediamo”. L’idea di base è pure giusta, la fiducia nello sport nazionale pure, ma la memoria storica recente ci suggerirebbe prudenza. Più che un annuncio, una speranza detta ad alta voce. Incrociamo le dita, ma intanto teniamo il telecomando pronto per eventuali traumi sportivi.

Quarta Serata (Serata delle Cover)

Attori, presentatrici, comici, Belen…, voto 7,5
A Sanremo per le cover “cantano” proprio tutti. Attori, presentatrici, comici, amici, parenti, gente passata per caso davanti al teatro mentre cercava un parcheggio. Belen, Fagnani, Ale e Franz, Santamaria… mancava solo il barista dell’Ariston e facevamo tombola.
La serata cover è diventata tipo la partita del cuore: non importa se sai cantare, importa esserci. E alla fine funziona pure, perché metà del divertimento sta proprio nel vedere chi compare dal nulla dietro il microfono. Festival trasformato in rimpatriata nazionale, ma almeno con le luci belle. Caotico, inutile, irresistibile.


Il Disertore (Dargen + Pupo + Bosso), voto 9
Quando prendi una canzone enorme e la metti in mano a gente che ha capito che non serve strafare, succede la magia. Interpretazione pulita, emozione vera, zero circo.
In mezzo a una serata dove c’era gente che portava sul palco pure il cugino con la chitarra scordata, loro hanno fatto la cosa più rivoluzionaria possibile: cantare bene.
Serio, intenso, bello. Quasi fuori luogo per quanto funzionava. Applausi veri, non quelli da “oh bravo però adesso muoviti”. Sono i veri disertori morali di questo festival (e ci servivano).


Cristina D’Avena, voto 8,5
Entra lei e improvvisamente l’Italia torna alle 16:40 su Italia 1 con la merenda in mano. Cristina D’Avena non canta, attiva ricordi d’infanzia. È un portale temporale con il microfono.
Sempre angelica, sempre precisa, sempre capace di far cantare pure chi non canta mai. Una vera Dea. Occhi di Gatto e via: pubblico in regressione infantile totale.
E poi le Bambole di Pezza che alzano il volume all’impazzata: combo nostalgica + energia.
Risultato: mezzo Paese che sorride senza sapere bene perché. Nostalgia usata bene, non come stampella ma come superpotere.


Tullio De Piscopo, voto 10
C’è un fatto (non quello quotidiano). C’è il fatto che Tullio sul palco sembra sempre uno che sa esattamente cosa sta facendo mentre noi a casa cerchiamo ancora di capire se abbiamo pagato la luce, se abbiamo messo i due euro nel parchimetro, se gli occhiali li abbiamo lasciati in auto o sul nostro naso. Solo che lui ha 80 anni e noi nemmeno 30.
Presenza, storia, groove. Uno che entra e l’Ariston diventa automaticamente più serio, anche se non vuole.
Marco ringrazia, noi pure. Leggenda vera.


Il Gabba, voto 8
Il Gabba è quella presenza che non sai spiegare ma che quando arriva pensi “ok, adesso mi diverto”.
Ha quell’energia da zio simpatico che alle feste tira fuori la battuta giusta al momento giusto e salva la serata.
Non serve fare cose complicate, basta esserci nel modo giusto. E lui c’è.
Affetto puro. Uno che ti viene voglia di invitare sempre, anche senza sapere perché.


Morgan voto 5 artistico, 10 narrativo
Morgan è ormai più una serie TV che un artista. Ogni stagione una trama nuova, ogni episodio un colpo di scena.
Dopo la saga con Bugo, ora abbandona pure Chiello prima ancora di arrivare a Sanremo (anche se la storia appare ora un po’ diversa). Cliffhanger, drama, reboot continui.
Musicalmente resta uno con talento enorme, ma ormai il personaggio corre più veloce della musica.
Se Sanremo fosse Netflix, Morgan sarebbe già alla quinta stagione con spin-off in produzione.
Confusione, genio, caos. Non sai mai cosa succede, ma sai che succederà qualcosa.

 

Quinta Serata (Serata Finale)

La risposta di Ermal Meta a Salvini, voto 9
Salvini che si complimenta per il suo italiano, Ermal che ringrazia le maestre e rilancia sull’importanza della scuola: in due frasi ha fatto più educazione civica lui che tre anni di programmi ministeriali.
Elegante, intelligente, senza polemica urlata. Ha risposto come si risponde quando hai capito tutto e non devi dimostrare niente.
Momento raro: Sanremo che diventa adulto senza diventare pesante.
Classe, calma, messaggio centrato. Uno dei pochi momenti in cui il Festival ha detto qualcosa davvero.


L’annuncio di Stefano De Martino prossimo direttore artistico, voto 8 narrativo, 5 realistico
Annunciato in diretta come se fosse il nuovo Papa, con metà Italia a chiedersi se fosse uno sketch o una sliding door temporale.
De Martino ormai è ovunque: balla, conduce, presenta, fa ironia, adesso pure direttore artistico? A breve lo vedremo pure a commentare il meteo.
Colpo televisivo perfetto: fa parlare, divide, crea meme.
Sanremo vive anche di queste cose: non importa se succede davvero, importa che sembri possibile.


Elettra Lamborghini ormai realista, voto 8
Elettra ha capito tutto: meno illusioni artistiche, più Fantasanremo. Strategia pura, cinismo sportivo, mentalità da fantallenatore navigato.
Ormai sembra guardare il palco pensando solo ai bonus, alle scale, alle parole chiave.
Non canta, gioca. Non si esibisce, ottimizza.
È la Moneyball del Festival: meno poesia, più punti. E onestamente ha pure ragione.


Nino Frassica con le sue gag, voto 9
Frassica è la prova vivente che l’assurdo, se fatto bene, è più elegante di qualsiasi monologo scritto in tre mesi.
Entra, dice cose senza senso, esce, e tu ridi mezz’ora dopo perché ti rendi conto che funzionava tutto.
È l’unico che può parlare per cinque minuti senza dire niente e sembrare comunque più lucido di tutti.
Sanremo ha bisogno di Frassica come il pane: senza di lui sarebbe troppo ordinato.


Bocelli che arriva a cavallo, voto 2
Ingresso epico sulla carta, inspiegabile nella realtà. Sembrava l’inizio di un film storico, poi ti ricordi che sei a Sanremo e non a Ben Hur.
Momento solenne, sì, ma anche leggermente scollegato dal pianeta Terra.
Il cavallo non ha colpe, Bocelli nemmeno, ma l’effetto generale era tipo matrimonio medievale organizzato da un wedding planner troppo entusiasta.
Iconico? Sì. Necessario? Non proprio.


Ermal Meta fuori dalla top 5 mentre il mondo impazzisce, voto 8 morale, voto zero per il resto
Fuori guerra, crisi, tensioni ovunque, e lui porta una canzone impegnata mentre il televoto (ma soprattutto i giornali) premia il ritmo più facile.
Non è snobismo, è proprio la fotografia del Festival: il mondo brucia, l’Ariston balla.
Ermal resta coerente, serio, fuori dalle mode.
Non avrà vinto, ma almeno non si è travestito da tormentone per farlo. E oggi non è poco.


Elettra e la sua lotta contro i festini bilaterali, voto 8,5
Elettra ormai combatte una battaglia tutta sua, fatta di codici Fantasanremo, strategie, e missioni personali contro qualsiasi forma di caos non regolamentato.
Sembra una diplomatica del bonus: vigila, osserva, interviene.
Se le dessero un badge ONU probabilmente inizierebbe a monitorare pure le scale dell’Ariston.
Seria nel gioco, autoironica nel personaggio. E in mezzo a tutto questo Festival, una delle poche che sa esattamente cosa sta facendo.


Il signore intervistato da Rai 3 che tifa Annalisa anche se non è in gara, voto 10 e menzione al merito civile

In un Festival dove tutti tifano strategicamente, fanno calcoli, studiano classifiche, arriva lui. Un uomo libero. Un filosofo della domenica mattina, anche se è sabato. Un ribelle del televoto.

“Tifo Annalisa.”
“Ma non è in gara.”
“Per quello mi piace.”

Signori, questa non è una risposta: è uno stile di vita. È l’equivalente sanremese di votare scheda bianca ma con personalità. Lui non segue il Festival. Lui segue i suoi ideali. Se Sanremo avesse ancora un’anima, le darebbe il premio della critica. Subito dopo il caffè.


“Arrivedorci!” – Un modo per salutarci, per ora…

Sì, avete capito bene. “Arrivedorci” è la storica storpiatura voluta da Elio e le Storie Tese nell’omonima canzone Arrivedorci: un saluto sbagliato ma solennissimo, perfetto per chiudere qualcosa di importante… o almeno provarci. E a noi serve esattamente questo, adesso.

“Nel caso non dovessimo rivederci… buon pomeriggio, buonasera e buonanotte.”

Ogni anno Sanremo finisce così: promettendo che basta, che non lo seguiremo più, che abbiamo una vita, degli interessi, una dignità. Poi passa una settimana e siamo già a discutere se la scaletta era giusta, se il televoto è truccato e se quella gag funzionava davvero o eravamo solo stanchi.

Come nel finale di The Truman Show, salutiamo il Festival convinti di uscire dal set… salvo poi accorgerci che in fondo ci piace restarci dentro. Perché Sanremo è quella cosa che critichi mentre la guardi, ma che ti mancherebbe dopo tre giorni di silenzio. E quindi sì, anche quest’anno lo salutiamo così. Con affetto, con ironia e con la certezza che torneremo qui a farci del male tra dodici mesi.


Alla fine di tutto, tra stecche, momenti epici, diplomazie degne dell’ONU e apparizioni che manco nel multiverso Marvel, anche questo Sanremo se lo siamo portati a casa. Il Festival resta quella cosa meravigliosamente inspiegabile dove convivono arte, trash, nostalgia, politica, meme e signori intervistati a caso che tifano gente fuori gara. Un esperimento sociale in diretta nazionale, praticamente il laboratorio più costoso della TV italiana.

E in fondo è proprio questo il bello: Sanremo non è musica, non è spettacolo, non è varietà. Sanremo è Sanremo. Una liturgia pop che ogni anno prometti di non seguire e ogni anno finisci a commentare come se fossi nella giuria tecnica di te stesso.

Ringraziamo tutti, anche quelli che non volevamo ringraziare, salutiamo le polemiche che torneranno puntuali come le zanzare e ci diamo appuntamento alla prossima edizione, pronti a indignarci, esaltarci e twittare cose che il giorno dopo negheremo.

E come direbbero i Monty Python (per rimanere a tema di TonyPitony e similari):
and now for something completely different.

Ci vediamo al prossimo anno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About the Author: Alessandro Tassinari

Alessandro nasce a Forlì il 21 settembre del 1998. Ha partecipato a diversi Concorsi Letterari ottenendo più di cento premi e riconoscimenti (tra primi posti e menzioni di merito); suoi componimenti sono presenti in diverse antologie e siti d’impronta culturale. Nel 2015 un suo testo viene premiato con una borsa di studio dal Comune di Forlì, in occasione dell’anniversario della Liberazione. Nello stesso anno partecipa a una mostra forlivese dedicata alla creatività adolescenziale. Partecipa come comparsa alla docu-fiction “Morgagni oggi; sua maestà anatomica” (di Cristiano Barbarossa). Realizza le illustrazioni per il fantasy “L’ombra di Lyamnay” (Annarita Faggioni), per poi firmare le introduzioni alla raccolta poetica “Respiro di vita” (Melissa Storchi) e a “Dieci Dodici” (Umberto Pasqui). Nel 2016 riceve il premio “Naim Araidi” per la poesia giovane. L’anno seguente partecipa come giurato al concorso “Aspettando il Natale”. Vince una borsa di studio per merito presso l'Università di Bologna e un’altra istituita dal Comune di Cervia in memoria di Gino Pilandri, storico sindaco della città romagnola. Presso l’Università di Bologna consegue in tutto tre lauree: in Lettere, Italianistica e Geografia. Dal 2024 partecipa alla rassegna “Radici e Futuro” organizzata dalla Biblioteca Maria Goia di Cervia. Nel 2025 vince nuovamente la borsa di studio “Gino Pilandri” e pubblica il suo primo libro, il fumetto “Super Babbo – A Tom Tacchino Story”.

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