Irama, Venditti, Tiziano Ferro: Versi ed Emozioni che ci ricordano chi siamo
Irama, Venditti, Tiziano Ferro: Versi ed Emozioni che ci ricordano chi siamo
Come un Verso di Leopardi, Come un Abbraccio di Roma: Quando la Musica Racconta la Vita
Non sono uno che si commuove facilmente. Ma ogni tanto accade: ci sono alcune canzoni che mi “attivano” qualche pulsante nascosto, una strofa si illumina nella testa e sento qualcosa che avevo provato solo da bambino, o che credevo di aver dimenticato. In certi momenti, ammetto, mi piacerebbe davvero che fosse così, avere il potere di dimenticare.
Emozioni che cerco di nascondere, ma che scoppiano davanti a certi versi, che si mostrano inevitabilmente al mondo, anche se non vorrei. Ci sono versi, in particolare, che mi colpiscono più di altri e che scatenano sempre riflessioni, ricordi, immagini sparse dentro di me. Oggi voglio provare a mettere in ordine questi pensieri, prima che la malinconia ritorni, condividendoli con voi che li leggete. Grazie a chi mi accompagnerà in questo viaggio.
“E quando gli idranti spararono sul cielo / Qualcuno disse, ‘Guarda verso il palco, c’è l’arcobaleno’” – Paolo e Cinzia (Venditti)
Tra tutti i versi di Venditti, questo è quello che mi emoziona di più. M’immagino la scena: caos, tensione, dolore, e poi uno guarda in alto e trova un arcobaleno. È lo stupore alla storia immediata, è la spontaneità che salva anche il momento più buio. Non so descriverlo, ma lo sento ogni volta. È come se la vita potesse sorprendere proprio quando sembra che tutto stia crollando.
Mi rendo conto che non sia certo l’immagine più emblematica delle canzoni del nostro Antonello ma, per qualche motivo che non saprei nemmeno spiegare, se dovessi pensare ai versi di una qualunque canzone che mi colpiscono maggiormente (e che mi commuovono ogni volta), sceglierei senza dubbio queste parole. E chissà che anche voi, alla luce di questa riflessione, nei vostri momenti “di pioggia”, non vi possiate mettere a gridare “c’è l’arcobaleno”, in segno di speranza e rinascita. Qualcosa di bello, forse, arriverà.
“In quella nuvola ci vedo solo un cuore vero, adesso dimmi in quella accanto cosa vedi tu” – La ragazza dal cuore di latta (Irama)
Un verso potentissimo, che ricorda la forza dell’ingenuità e dell’aprirsi agli altri. Questa canzone racconta dolore, vita vera, inferni personali che non dovrebbero esistere. Ma poi l’amore arriva come salvezza, attraverso una domanda semplice: cosa vedi tu? Mi mostra che condividere il proprio dolore è già metà della guarigione. O forse no, ma a volte aiuta, tanto.
“Ma io ti sento sempre accanto / Anche quando non ci sono / Io ti porto ancora dentro / Anche adesso che sono un uomo” – Portami a ballare (Luca Barbarossa)
Poesia pura alla madre. Qui l’amore diventa presenza anche nella sua assenza, memoria che resta dentro di te anche quando cresci. È un verso che mi spezza per la sua sincerità: l’addio inevitabile, il futuro incerto ma ancora guidato da quel legame che non si spezza nemmeno con il tempo. È amore incondizionato che vive dentro, è la certezza dell’inevitabile e un invito a non lasciar andare il tempo, finché si può.
Ma anche se dovesse sfuggirvi il momento, non disperate. Parlatemi di voi, di quello che vi piaceva fare, di ciò a cui pensavate, perché se “tutto passa” non è colpa di nessuno, la vita resta, vince, sotto altre forme, non si può fermare. Alla fine, dipende tutto da noi, da come vogliamo vivere il momento, da come leggiamo le situazioni. Il cambiamento è perdita, ma anche inevitabile (per quanto dolorosa) evoluzione.
“Per dirti ciao, ciao / Mio piccolo ricordo in cui / Nascosi anni di felicità, ciao” – Per dirti ciao (Tiziano Ferro)
In questo verso si condensano addio, rimpianto, tenerezza, memorie che fanno male. È come tornare bambini un istante per salutare un ricordo, rendersi conto che dentro quel piccolo spazio ci sta tutta la felicità perduta. E salutarla è un atto che fa piangere, ma che serve.
“Mi innamorerò di lei ma tu non saprai mai chi è” – Tu no (Irama)
Questo verso spezza il cuore più di quasi qualsiasi altro. Anche qui il dolore è silenzioso ma potente: la vita prosegue, arriverà un’altra persona, ci sarà un’altra storia. Ma chi era stato importante non saprà mai nulla. È la tristezza di un amore finito che non verrà mai spiegato completamente, e il coraggio — o la rassegnazione — di andare avanti senza aspettative. Anche qui, la lettura che vogliamo darci, dipende principalmente da noi.
“Grazie Roma / Che ci fai piangere e abbracciarci ancora / Grazie Roma”
Quando penso a questi versi, penso a come anche le cose “profane” possano diventare sacre. Roma è una città, una squadra, una fede che può ferirti, ma che ti fa sentire vivo. Può farti piangere e poi abbracciarti, come se fosse un abbraccio collettivo tra sconosciuti. È quella capacità di rinascere ogni volta, di sentirsi importanti pur senza conoscersi. Solo Roma sa fare questo effetto.
Mi rendo conto che qualcuno possa non apprezzare particolarmente una canzone tanto “specifica”, ma vi invito comunque a coglierne la bellezza, la grandezza. Antonello stesso crede fermamente in ciò che dice, perché anche un “semplice gioco” come il calcio ha questo grandissimo potere di avvicinarci, di cancellare per un attimo le differenza che ci separano nella vita quotidiana. E anche se non vi siete mai emozionati ai goal di Totti, alle notti europee con Difra e Mou, anche se non potete capire cosa rappresenti la Roma per un romanista, beh, non ditemi che questo potere (quello di avvicinare la gente) è poca cosa. Non ditemi che Venditti non lo sappia descrivere divinamente.
Versi a confronto: dolore, assenza e resistenza
Queste citazioni, messe in parallelo, disegnano una traiettoria emotiva che spesso percorriamo, talvolta inconsapevolmente. C’è il caos che genera stupore (Venditti), la rinascita dentro l’assenza (Irama), la presenza eterna nei ricordi (Barbarossa), l’addio capace di ricordare felicità nascoste (Tiziano Ferro), e la spinta verso il futuro anche quando il passato è silenzioso (Irama ancora).
Infine, l’abbraccio collettivo che può sanare ferite profonde (la Roma è la voce di molti). Tutti temi diversi, ma uniti: la ferita che diventa canto, l’assenza che diventa memoria, la solitudine che diventa speranza condivisa.
C’è dunque un filo che lega questi versi, che unisce musica e letteratura in una trama invisibile ma fortissima. L’assenza, ad esempio, è una dimensione profondamente leopardiana. Come nel celebre passo de L’infinito, c’è sempre qualcosa che ci è negato, qualcosa che si cela dietro la siepe, qualcosa che non possiamo vedere o sapere: il futuro, la presenza che non c’è più, la voce che non risponde. Le canzoni che abbiamo citato, dalla malinconia di Tu no all’invocazione struggente di Portami a ballare, evocano proprio questo: l’incertezza esistenziale, la vertigine del “non sapere più”, l’attesa infinita di qualcosa che non tornerà. E c’è anche un pessimismo cosmico, come in Leopardi, quel dolore per l’inevitabilità del distacco e per la condizione umana che conosce il lutto come compagna. Quando Irama canta “mi innamorerò di lei ma tu non saprai mai chi è”, è la consapevolezza che nemmeno l’amore può riparare tutto. Che ci sarà sempre una crepa, una mancanza da portare addosso.
Ma come in Pascoli, c’è anche lo stupore. Una forma di innocenza che non è debolezza, ma un modo di resistere. Pascoli scriveva con occhi da bambino anche quando parlava di morte, e lo stesso accade in La ragazza dal cuore di latta: la nuvola diventa specchio dell’anima, il dolore diventa fiaba dolorosa. È un amore viscerale, carnale, ma anche eterno e spirituale. E non è forse anche Grazie Roma una forma di fede? Una fede che, come quella dantesca, non ha bisogno di prove: si vive e basta. Roma, in fondo, diventa come Beatrice. Non salvifica per tutti, ma per chi sa credere in qualcosa oltre se stesso.
A questi livelli, la musica è letteratura. La forma cambia, il supporto è diverso, ma l’emozione, la profondità, la verità che trasmette – quella resta. È poesia che vibra, che si canta. È come leggere una pagina che ti entra dentro e ti rimane per giorni. E se è vero che ci sono moltissime altre canzoni che emozionano, il punto non è solo la quantità. Il punto è riconoscersi, perdersi, e poi ritrovarsi in un verso, in una nota, in una voce.
E allora, se c’è una morale qui, forse è che la letteratura non è morta: si è solo messa a cantare.
Conclusione personale
Non mi commuovo facilmente, l’ho accennato all’inizio e chi mi conosce lo sa. Ma conosco la potenza di un verso che arriva dentro quando meno te lo aspetti. E questi cinque versi lo fanno ogni volta. Mi mostrano che la musica non è solo suono, ma cura. Che esistono parole capaci di trasformare il dolore in insieme, la solitudine in compagnia, il silenzio in canto.
E forse, sotto sotto… siamo tutti un po’ capaci di emozionarci, anche quando facciamo finta di essere duri, o quando, come direbbe Lucio Corsi, ci sarebbe piaciuto esserlo, dei veri “duri”.
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About the Author: Alessandro Tassinari
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