Metamorfosi
Metamorfosi
Si chiudono gli occhi, di nuovo, m’abbandona quel coraggio meschino che m’aveva mestamente condannato, mentre nel mio silenzio irrompono prepotenti ansanti palpitazioni quasi ad intimarmi d’arrendermi all’inevitabile. E’ ormai alle mie mani giunto quel rosso sudore che m’aveva solcato il volto, il sinistro tremolio delle foglie squassate da un macabro vento velenoso è l’unica sinfonia c’ancora mi tiene in vita. Mosso da primordiale istinto di sopravvivenza, agito gli arti superiori nel disperato tentativo di rimettermi in piedi. Devo andarmene da qui, prima che sia troppo tardi, ma forse lo è già… Ha pervaso il mio spirito quella candida nebbia biancastra che arieggiava su un cimitero dimenticato a cui nessuno concede più il suo sguardo. Di tale indifferenza passiva son io la vittima prescelta, gelida fiamma dissoltasi nell’esuberante candore dell’eternità. E’ concessa ai miei occhi un’immagine astratta, una casa, un cortile, era lì che abitavo? Non ricordo. S’appiattiscono le mie inermi speranze d’essere soccorso, mentre l’oscura mano del demonio si appropria ingiustamente del mio destino. Viscido quanto un serpente osservo le mie dita ripiegarsi su se stesse; poco lontano un arbusto arde disperato, le fiamme degli inferi avvolgono la scena, ma la prima cosa a bruciare è il mio stomaco. Finalmente posso muovermi, mi sento tanto rinvigorito quanto assente. Furtivo sguscio via sperando che quei mostri non si ripresentino a finire ciò che avevano sadicamente iniziato; il rogo li aveva allontanati, ma sarebbe bastato a fermarli? Una donna grida disperata, mi avvicino per soccorrerla, ma avanzo lentamente, appesantito forse dalla ferocia dell’agguato che ho appena subito. Quando mi vede strilla più forte pregandomi di andarmene, sono confuso, non capisco. Mi volto temendo che dietro di me possa esserci qualcuno o qualcosa, ma niente. Cerco nuovamente la bella sperduta, ma non è più sola, con lei ci sono altri due uomini con aria tutt’altro che amichevole. Sono tentato di allontanarmi, ma qualcosa mi spinge ad avvicinarmi ancora di più. Sobbalzo e deglutisco spasmodicamente, ho praticamente perso il controllo delle mie facoltà motorie. Le fiamme reclamano violente il loro momento di gloria ed una fitta cortina di fumo s’innalza caparbia accentuando ancora di più quella distorta oscurità voluta dalla nebbia. Un lamento si presenta alle mie spalle, quelle sanguinarie creature erano tornate, ho paura. Quasi d’istinto porto le braccia a coprirmi il viso, ma ovviamente non può bastare a fermarli. Pronto ad un’altra aggressione temo il peggio, stanco e sempre più assente… Attendendo che nuovamente i denti dell’essere lacerino la mia carne indegna volgo lo sguardo verso di questo, che però prosegue sul suo percorso senza nemmeno badare a me; il motivo non mi è chiaro. La mia specie mi ha allontanato e ora anche questi mostri mi rinnegano: se me ne fosse stato destinato uno, qual è il mio posto sulla Terra? Il passo delle due creature è forse troppo lento per recuperare i tre sventurati ormai allontanatasi; sono terrorizzato, ma il mio cuore non mi rivolge più alcun battito, assente il mio respiro, un presentimento orribile mi sale la colonna vertebrale. Invano tento di proferire richieste di soccorso, pregando un Dio che non è certamente obbligato ad aiutarmi. Ansimante volteggio come se ad ardere fossi io, filtrata la mia coscienza, disperso il mio dolore. Tragicamente mi arrendo a quello che ormai pare inevitabile, mentre i miei occhi si chiudono un’ultima volta ancora.
Alessandro Tassinari
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